I dispositivi IoT compromessi hanno rappresentato uno dei pericoli maggiori alla cybersecurity per i primi due trimestri del 2020, a causa del loro utilizzo in attacchi DDoS sempre più devastanti e massivi.
L'avvento dei dispositivi IoT ha determinato un vero e proprio balzo in avanti del numero di attacchi DDoS registrati rispetto a pochi anni fa e ha ampliato moltissimo i vettori di attacco: i dispositivi IoT mancano di potenza sufficiente per dare vita ad attacchi massivi, quindi gli attaccanti hanno dovuto puntare ad aumentare il numero di quelli infetti. A titolo esemplificativo ricordiamo l'attacco DDoS più rilevante nella storia recente, quello contro GitHub: sono state registrate 290.000 richieste al minuto per 13 giorni consecutivi. Hanno partecipato all'attacco più di 400.000 dispositivi IoT infetti.
Centinaia di migliaia di dispositivi quindi, anche se meno potenti rispetto a server e pc, sono infettati quindi inseriti nella botnet e comandati da remoto affinchè producano attacchi DDoS coordinati: gioco facile per gli attaccanti, più che attaccare server e pc, dato l'ormai annoso problema della scarsissima sicurezza informatica degli IoT. E se consideriamo che dati recenti quantificano in 22 miliardi il numero di IoT presenti nel mondo, con un mercato in costante crescita che dovrebbe raggiungere i 41,6 miliardi di dollari nel 2025, si capisce velocemente come questa minaccia possa trasformarsi in un incubo nel giro di pochi anni.
La botnet Mirai
Molte delle minacce contro i dispositivi IoT sono varianti basate sul famigerato malware Mirai (ne abbiamo già parlato qui, qui e qui) che esiste già da qualche anno ma il cui impatto si è fatto significativo a partire dal 2016, quando iniziò ad infettare centinaia di migliaia di router e videoregistratori.