venerdì 29 maggio 2020

Smart working: 7 lavoratori su 10 lo preferiscono al tornare in ufficio. Boom del cloud, mentre l'IT si fa strategico


Censuswide ha realizzato un sondaggio (consultabile qui) su un campione di 3.700 executive del settore IT in diversi paesi, per tratteggiare quelli che sono i timori e le aspettative per il post lockdown. I dati più salienti sono che, per i 75% degli interessati, gli impiegati non torneranno a lavorare allo stesso modo di prima in ufficio; inoltre, per il 72% il Covid è stato un vero e proprio acceleratore per la trasformazione digitale delle aziende. 

La maggior parte degli intervistati dichiara di aver registrato un forte aumento della domanda di lavoro flessibile: l'aspettativa è che gli impiegati saranno molto riluttanti a tornare a lavorare in ufficio. La conseguenza sarà la necessità di elaborare e implementare modelli di organizzazione del lavoro sempre più flessibile, comportando una netta riorganizzazione del lavoro. 

Il 69% dei manager IT dichiara anche che lavorare da casa non è stato molto complesso per la maggioranza del personale, il 71% è convinto che le tecnologie utilizzate abbiano consentito di lavorare come si fosse in presenza fisica. 

La conseguenza? Il 62% degli intervistati dichiara che sta assistendo una vera e propria impennata del ricorso ai sistemi in cloud. 

Smart working post covid: le prospettive

mercoledì 27 maggio 2020

Italia sotto attacco: il ransomware [F]Unicorn si diffonde camuffandosi da app di contact tracing Immuni


E' stato individuato un nuovo ransomware, rinominato [F]Unicorn, che sta colpendo esclusivamente utenti italiani: l'attacco inizia con una email che sembra inviata dalla Federazione Ordini farmacisti italiani e cerca di convincere gli utenti a scaricare la versione beta dell'app Immuni, scelta dal governo italiano per il contact tracing dei contagi Covid. 

La campagna di attacco è stata individuata dal CERT e dall'Agenzia per l'Italia Digitale, segnalata poi tramite specifico alert. Un campione delle email fake è visibile sotto:

martedì 26 maggio 2020

Installer fake di Zoom per diffondere backdoor e botnet: come il cyber crime sfrutta app legittime per azioni illegittime


Abbiamo parlato spesso di Zoom, l'app per le videoconferenze che ha registrato un boom improvviso, forse inaspettato ai suoi stessi sviluppatori, in piena epidemia Covid. Ne abbiamo parlato a causa dei bug e della scarsa consapevolezza nell'utilizzo che ne hanno dimostrato gli utenti, fattori che hanno reso questa applicazione un vero e proprio ghiotto bersaglio per i cyber attaccanti, tra dati rubati e accessi illegittimi a conferenze (per approfondire consigliamo di leggere qui e qui). 

Avevamo però segnalato anche un diverso modo di abusare di Zoom, ovvero quello di aprire domini fake sui quali attirare utenti per poi convincerli a installare versioni fake e dannose dell'app. Qualche giorno fa sono state individuate online da alcuni ricercatori di sicurezza due installer fake di Zoom che integrano l'installer ufficiale con codice dannoso: codice dannoso che consente agli attaccanti di prendere il controllo da remoto della macchina. Uno di questi riguarda l'installazione della botnet Devil Shadow sul dispositivo. 


lunedì 25 maggio 2020

eBay analizza i computer dei visitatori in cerca di porte aperte per programmi di accesso remoto


La notizia ha dell'incredibile e serpeggia nel web da qualche giorno. Prima un report specifico, poi i test dei tecnici della testata online BleepingComputer quindi la conferma: eBay, in tutti i propri domini, esegue una verifica sul computer di ogni utente alla prima visita in cerca di porte aperte per individuare applicazioni di accesso remoto o di supporto remoto. Un "port scanning" come spesso ne effettuano i cyber attaccanti in cerca di porte aperte da sfruttare per accedere alle macchine egli utenti. 

La versione integrale del report pubblicato dai tecnici di Nullsweep e disponibile qui, conferma inequivocabilmente il port scanning effettuato da eBay. 

Il port scanning: come funziona la verifica di eBay

venerdì 22 maggio 2020

Gli hacktivisti di LulzSec violano i sistemi dell'ospedale San Raffaele di Milano: cronaca di una giornata di smentite e attacchi


Tornano a colpire gli hacktivisti del gruppo italiano LulzSec, affiliati alla rete di Anonymous: ieri 21 Maggio hanno pubblicato su Twitter un estratto dei dati contenuti nei database dell'Ospedale San Raffaele di Milano. Con il tweet LulzSec, oltre a rivendicare pubblicamente l'azione, attacca frontalmente il San Raffaele sulla questione sicurezza dei dati: l'accesso ai sistemi ha consentito al gruppo di mettere le mani sui dati di migliaia di utenti, compresi infermieri e pazienti, con password in chiaro. In dettaglio hanno ottenuto 2400 indirizzi email del personale sanitario con tanto di password in chiaro e i dati (nom, cognome, codice fiscale, nazionalità, comune di residenza) di 600 pazienti. Inoltre la decisione di rendere pubblico il breach consegue al fatto che l'Ospedale non ha comunicato il breach al Garante Privacy entro le 72 ore previste dal GDPR, ma neppure agli utenti riguardati dall'esposizione dei dati. 


Dal primo tweet, pubblicato alle 9.28 di ieri mattina, il gruppo di hacktivisti ha iniziato una vera e propria escalation, sfidando apertamente l'Ospedale che, ad ora, pare non avere ancora effettuato nessuna notifica come previsto da legge: inizia un turbinio di tweet contenti ulteriori prove del breach. In mezzo finisce pure il noto virologo Roberto Burioni, dipendente del San Raffaele: LulzSec ha messo le mani anche sulla sua password in chiaro, ma il gruppo ha voluto ribadire quanto quella password sia il più classico esempio di password debole da non usare mai.